Se si pensa al lavoro nella moda, le prime immagini che vengono in mente possono essere due. Da una parte lo stilista, con la sua collezione e le sfilate. Dall'altra la commessa del negozio in centro. In mezzo c'è un mondo di mestieri tecnici (modellisti, prototipisti, addetti al controllo qualità) di cui si parla meno.
E poi c'è un gruppo di professioni che si occupa di un'altra cosa: aiutare le persone a scegliere, abbinare e usare meglio quello che indossano. Sono attività che si possono svolgere in proprio, con confini non sempre netti tra una e l'altra. In questo approfondimento le passiamo in rassegna, insieme alle competenze che richiedono e alle regole che le inquadrano in Italia.
Un settore con un problema di ricambio
La filiera italiana della moda ha davanti soprattutto un problema di ricambio. Secondo il rapporto Excelsior sulle previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine, realizzato da Unioncamere con il ministero del Lavoro, fra il 2025 e il 2029 la filiera moda avrà bisogno di un numero di lavoratori compreso fra 71.500 e 79.600, a seconda dello scenario economico. La crescita dell'occupazione, invece, oscilla fra una perdita di 2.300 posti nello scenario negativo e un aumento di 5.800 in quello positivo. Il grosso del fabbisogno, 73.800 unità nel quinquennio, serve a sostituire chi esce dal mercato del lavoro, soprattutto per pensionamento.
Il rapporto calcola anche un indice di anzianità, cioè il rapporto fra lavoratori con più di 55 anni e lavoratori sotto i 35: per la moda, nel 2023, era 91,6. Vuol dire poco più di nove lavoratori anziani ogni dieci giovani.
Sono numeri che riguardano l'intera filiera, non le singole figure descritte più avanti. Raccontano però il contesto in cui si muove anche chi guarda ai servizi: un settore con molte persone vicine all'uscita, che deve trovare chi prenda il loro posto.
Le figure emergenti
Le quattro professioni descritte qui sotto hanno in comune il rapporto con la persona, o con l'immagine della persona. Cambiano il contesto, il tipo di cliente e il peso delle diverse competenze.
Il consulente di abbigliamento
È forse la figura più ampia. Il consulente di abbigliamento lavora con singole persone, a volte con aziende, per costruire un modo di vestire coerente con il fisico, i colori, lo stile di vita e gli obiettivi professionali del cliente. Il lavoro può partire dall'analisi della forma del corpo o del viso, passare per la revisione dell'armadio esistente e arrivare all'accompagnamento negli acquisti.
Chi vuole farsi un'idea concreta di come viene presentato oggi questo servizio può guardare le pagine con cui i professionisti lo descrivono, per esempio www.artiziastyle.com/consulente-abbigliamento/. Lì le consulenze sono divise per ambito (armocromia, forma del viso, forma del corpo, stile, analisi del guardaroba, stile per gli sposi) e affiancate da servizi di trucco e cura della pelle; nella sezione su certificazioni e associazioni sono citate l'associazione internazionale AICI e la certificazione CEPAS. Leggere più descrizioni di questo tipo aiuta a capire quanto il perimetro del mestiere cambi da un professionista all'altro.
La stessa pagina indica fra i momenti in cui una consulenza ha senso i cambiamenti di vita e i nuovi ruoli professionali, e fra i servizi per le aziende team building, workshop ed eventi. Il cliente, insomma, può essere una persona che cambia lavoro come un'impresa che organizza un'attività per i dipendenti.
Il personal shopper
Il personal shopper accompagna il cliente negli acquisti, oppure li fa al posto suo. Può lavorare in proprio o per un negozio.
Rispetto al consulente, il suo lavoro è più legato al momento dell'acquisto. Serve una conoscenza molto aggiornata dell'offerta: cosa c'è in quale negozio, quali marchi vestono in modo più ampio o più stretto, dove trovare un certo capo in una certa fascia di prezzo. E serve la capacità di gestire un budget che non è il proprio.
L'armocromista
L'armocromia è entrata nei neologismi del vocabolario Treccani, che la registra nel 2023 e la definisce come la teoria e l'analisi che mirano a individuare le tinte dei vestiti e dei cosmetici che si armonizzano con la carnagione e con il colore di occhi, labbra e capelli. La prima attestazione citata da Treccani è un articolo della Stampa del 29 luglio 2000.
Il metodo affonda le radici nella teoria del colore di Johannes Itten, che insegnò al Bauhaus di Weimar dal 1919 al 1923. Il sistema delle stagioni applicato alle persone è legato invece al libro Color Me Beautiful di Carole Jackson, che il catalogo della Library of Congress registra come edito da Acropolis Books a Washington con copyright 1980 e che divide le persone in quattro stagioni.
La seduta prevede l'uso di teli colorati accostati al viso, in luce controllata, per valutare quali tonalità illuminano l'incarnato e quali lo spengono. Il risultato è una palette da usare per vestiti, accessori e trucco. L'armocromia si può proporre anche a gruppi, e nella pagina sul consulente di abbigliamento citata sopra è presentata come punto di partenza per costruire uno stile personale.
Non essendoci un albo, chiunque può presentarsi come armocromista. Chi arriva da percorsi brevi si trova quindi sullo stesso mercato di professionisti con anni di pratica sul colore e sulla lettura del viso.
Lo stylist per la vendita online
Ogni capo venduto su un sito va fotografato, e prima di essere fotografato va preparato: stirato, fissato, abbinato ad altri capi e accessori, indossato da un modello o sistemato su un manichino. Lo stylist che lavora per i negozi online si occupa proprio di questo. Costruisce i look delle schede prodotto, cura la coerenza fra centinaia di immagini, segue le produzioni fotografiche.
È un lavoro molto diverso dagli altri tre. Il cliente finale non si vede quasi mai e si lavora in squadra con fotografi, addetti alla postproduzione delle immagini, redattori delle descrizioni.
Le competenze che servono a tutti
Al di là delle specializzazioni, chi lavora in queste professioni usa un nucleo di competenze comuni. Alcune sono tecniche, altre molto meno.
La prima è la conoscenza del prodotto: tessuti, costruzione dei capi, vestibilità, differenze fra
le taglie dei produttori. Sembra ovvia, ma fa la differenza fra un consiglio generico e uno utilizzabile.
Poi c'è la capacità di ascolto. Chi cerca un consulente o un personal shopper non sempre sa spiegare con precisione cosa vuole, e può portare con sé insicurezze sul proprio corpo. Serve tatto, e serve saper tradurre frasi vaghe in indicazioni concrete.
Per chi lavora in proprio ci sono le competenze di gestione: preventivi, fatturazione, organizzazione dell'agenda, comunicazione. Infine la cultura visiva, che si costruisce guardando molto: archivi di moda, fotografia, cinema, persone per strada. In aula se ne può insegnare solo una parte.
Come orientarsi fra formazione e pratica
In Italia nessuna di queste figure è una professione ordinistica. Non esiste un albo, non c'è un esame di Stato e non è richiesto un titolo di studio specifico per esercitare.
Il riferimento normativo è la legge 14 gennaio 2013, n. 4, sulle professioni non organizzate in ordini o collegi. All'articolo 1, comma 2, definisce la professione come l'attività economica volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale. Il comma 3 fissa l'obbligo più concreto: chi esercita deve indicare in ogni documento e rapporto scritto con il cliente l'espresso riferimento agli estremi della legge, e l'inadempimento è considerato pratica commerciale scorretta ai sensi del Codice del consumo.
La stessa legge prevede, all'articolo 2, che i professionisti possano costituire associazioni su base volontaria, che promuovono la formazione permanente degli iscritti e adottano un codice di condotta. L'articolo 7 consente alle associazioni di rilasciare un'attestazione sulla regolare iscrizione e sugli standard qualitativi del professionista, ma precisa che queste attestazioni non rappresentano requisito necessario per esercitare.
L'articolo 6 promuove invece l'autoregolamentazione volontaria e la qualificazione dell'attività basata sulla conformità a norme tecniche UNI.
Tradotto per chi sta valutando questo percorso: l'offerta formativa non segue un programma unico stabilito per legge, e i corsi possono differire molto per durata e contenuti. Prima di iscriversi ha senso guardare alcune cose concrete. Chi sono i docenti e cosa hanno fatto fuori dall'aula.
Quante ore di pratica su persone reali sono previste. Se il percorso porta a un'attestazione di un'associazione professionale, sapendo che non è obbligatoria. Quanti ex corsisti lavorano effettivamente nel settore.
La pratica pesa almeno quanto la formazione. Un'esperienza di vendita in negozio o in un ufficio stile dà una conoscenza del prodotto e delle persone difficile da ottenere sui libri. Per lo styling della vendita online, uno stage in uno studio fotografico o nel reparto contenuti di un marchio permette di vedere da vicino come si lavora sul set.
Chi pensa di lavorare in proprio deve considerare anche la parte amministrativa. Aprire una partita IVA, scegliere il regime fiscale e il codice ATECO dell'attività sono passaggi da affrontare con un commercialista prima di emettere la prima fattura, e il riferimento alla legge 4 del 2013 va riportato fin da quel primo documento.






