C’è un paradosso che attraversa l’odontoiatria italiana e che raramente viene messo a fuoco.
È la specialità medica con cui il cittadino ha più contatti diretti nel corso della vita, eppure è anche quella in cui il paziente arriva meno preparato dal punto di vista dei propri diritti.
Si firma un preventivo, si paga, si apre la bocca.
Quando qualcosa va storto, ci si scopre disarmati, in una zona grigia dove la responsabilità professionale incrocia il mercato privato delle cure, la concorrenza low cost e una giurisprudenza che cambia rapidamente.
Perché l’odontoiatria è un caso a parte
A differenza della medicina ospedaliera, dove la stragrande maggioranza delle prestazioni passa dal Servizio Sanitario, l’odontoiatria in Italia è privata per circa il 90% delle prestazioni.
I dati ANDI ricordano che operano nel Paese quasi 47.000 studi odontoiatrici, in larga parte monoprofessionali.
Significa che tu, paziente, non sei mai semplicemente “un utente del sistema sanitario”: sei un cliente, con un contratto, una fattura, una garanzia implicita di risultato.
Questa natura ibrida - atto sanitario, ma su base contrattuale privata - genera un contenzioso molto particolare.
Il rapporto Marsh sulla medical malpractice segnala un’incidenza dei sinistri intorno ai 5 ogni 100 medici, e l’odontoiatria figura stabilmente tra le specialità con maggiore frequenza di richieste risarcitorie, soprattutto per impiantologia, protesica e ortodonzia.
Una stortura tutta italiana, peraltro, è che spesso il paziente scopre l’errore solo cambiando dentista, quando il nuovo professionista - magari per onestà, magari per accaparrarsi il lavoro di rifacimento - gli mostra cosa non è stato fatto a regola d’arte.
Cosa significa, davvero, “responsabilità sanitaria” del dentista
Qui entriamo nel cuore della zona grigia.
La Legge Gelli-Bianco (24/2017) ha riorganizzato la materia distinguendo due binari: la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale (prescrizione decennale, onere della prova favorevole al paziente), il professionista risponde extra contrattualmente quando non c’è un rapporto diretto (prescrizione quinquennale, onere più gravoso).
Nel mondo dentale, però, questa distinzione spesso si sgonfia: se hai scelto tu il dentista e hai pagato la sua fattura, il rapporto è contrattuale e basta.
Il punto che molti pazienti ignorano è un altro.
Non tutti gli errori sono malasanità in senso giuridico.
Per ottenere un risarcimento devi dimostrare tre cose insieme: una condotta colposa (negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di linee guida), un danno effettivo e un nesso di causa tra i due.
Se l’impianto fallisce per una tua scarsa igiene domiciliare nonostante richiami corretti, è difficile parlare di responsabilità professionale.
Se invece quell’impianto è stato inserito in osso insufficiente, senza TAC pre-operatoria, con un’angolazione che chiunque definirebbe sbagliata, allora la storia cambia radicalmente.
Il consenso informato: il vero terreno minato
Se dovessimo indicare l’area dove i dentisti italiani fanno più fatica, non sarebbe la tecnica clinica.
Sarebbe il consenso informato, sottovalutato per anni come una pratica burocratica e diventato invece, negli ultimi due decenni, uno dei principali campi di battaglia in tribunale.
La Cassazione Civile, con la sentenza n. 11749/2018, lo ha messo nero su bianco: l’obbligo del sanitario di acquisire il consenso è autonomo rispetto alla prestazione, e la sua violazione costituisce di per sé fonte di danno risarcibile, anche quando l’intervento sia stato eseguito correttamente.
Tradotto: puoi vincere una causa contro il tuo dentista anche se il lavoro tecnico è impeccabile, qualora ti sia stato negato il diritto a scegliere consapevolmente.
Per approfondire la materia in modo serio, esiste una guida ben fatta sul consenso informato in odontoiatria che ti consigliamo di leggere prima di firmare qualunque preventivo importante: ti aiuta a capire cosa deve contenere un modulo valido, cosa invece sono carta straccia mascherata da formalismo.
Nella nostra esperienza, il modulo prestampato firmato in cinque secondi prima di sedersi in poltrona è uno dei reperti più ricorrenti nelle perizie medico-legali.
Un consenso valido non è una firma: è un percorso informativo.
Deve indicare la diagnosi, le alternative terapeutiche, i rischi specifici, le probabilità di successo, i tempi di guarigione, i costi.
Se nel tuo modulo trovi solo formule generiche tipo “il paziente è stato informato dei rischi”, quel modulo non vale granché.
I casi che finiscono più spesso in tribunale
Guardando le sentenze pubblicate negli ultimi anni, alcuni filoni ricorrono con regolarità quasi sospetta:
Impianti su pazienti non idonei, fumatori importanti, diabetici scompensati o parodontopatici non trattati, dove l’indicazione clinica era discutibile in partenza.
Lesioni del nervo alveolare inferiore durante l’inserimento di impianti in zona molare mandibolare, con conseguente parestesia permanente del labbro e del mento. Sono casi spesso evitabili con una TAC cone beam preventiva, esame che costa poche decine di euro e che dovrebbe essere prassi.
Endodonzia con strumenti rotti lasciati nel canale senza informare il paziente. Qui il problema non è solo tecnico - capita anche ai migliori - ma comunicativo: tacere è ciò che trasforma un incidente clinico in un caso di responsabilità.
Protesi fissa su denti compromessi parodontalmente, destinata a fallire nel giro di pochi anni, dove il professionista ha privilegiato la fretta di chiudere il caso rispetto a un piano di cura corretto.
Ortodonzia adulta con allineatori, settore esploso commercialmente, dove i contenziosi per riassorbimenti radicolari e mancato raggiungimento del risultato promesso stanno crescendo a doppia cifra.
Le catene low cost e l’effetto McDonald’s
Veniamo a un’opinione che farà storcere il naso a qualcuno.
L’arrivo aggressivo delle grandi catene dentali ha trasformato la geografia del contenzioso.
Il modello è efficiente sul piano economico, talvolta utile per ampliare l’accesso alle cure, ma introduce dinamiche industriali in un atto che industriale non dovrebbe essere: turnover rapido dei professionisti, pazienti che cambiano dentista a ogni appuntamento, piani di cura standardizzati.
Il risultato? Quando qualcosa va storto, ricostruire chi ha fatto cosa diventa un’impresa.
In tribunale, però, questo finisce per giocare a favore del paziente: la struttura risponde comunque a titolo contrattuale, e l’eventuale frammentazione interna delle responsabilità è un problema dell’azienda, non tuo.
Vale la pena ricordarlo, perché molti utenti di queste catene rinunciano in partenza pensando “tanto chi vado a cercare”. È un errore.
Cosa fare se sospetti di essere finito nella zona grigia
Se ti riconosci in qualcuna di queste situazioni, evita due reazioni opposte ed entrambe controproducenti.
La prima è la rassegnazione (“ormai è andata, mi rifaccio il lavoro altrove e pace”).
La seconda è la causa fai-da-te improvvisata sulla scia della rabbia.
Né l’una né l’altra portano a buoni risultati.
Il nostro consiglio è di procedere con metodo.
Recupera tutta la documentazione clinica - hai diritto a riceverla entro pochi giorni dalla richiesta scritta - e fatti rilasciare copia di radiografie, cartella, preventivi, consensi firmati.
Successivamente rivolgiti a un medico-legale con competenza specifica in odontoiatria: una valutazione preliminare costa qualche centinaio di euro e ti dice subito se la storia ha gambe per camminare o se è meglio lasciar perdere.
Solo dopo, eventualmente, l’avvocato.
Una piccola nota finale, che vale come promemoria culturale prima ancora che pratico: in Italia siamo abituati a pensare al dentista come a un fornitore di servizi, raramente come a un medico vero e proprio.
Eppure la responsabilità professionale odontoiatrica è, a tutti gli effetti, responsabilità sanitaria.
Con tutto quello che comporta, in termini di tutele per te e di doveri per chi tiene in mano il manipolo.
A buon intenditor, vale la pena saperlo prima di entrare in studio, non dopo.






